venerdì 1 luglio 2016

VIGNANOTICA 2016 – Capitolo 6°: Il mito

Tornare a Vignanotica è come visitare un ricordo, che si ravviva al cospetto del maestoso anfiteatro naturale che circonda la “ Baia dei Gabbiani”. Appena messo piede sulla pietrosa battigia, le  memorie accorrono e si stratificano, si asserpano all’anima e al cuore, mentre le sensazioni viventi cominciano l’alacre tessitura della nuova emozione. A  suoni e colori già presenti nelle pieghe operose della mente, si affianca l’inedita  aggiunta del presente col suo portato di gioia e la sua promessa di felicità. Qui l’attesa si fa avventura; qui l’immaginazione trova finalmente spazi da colmare.  A fare da sponda, da viatico e da catalizzatore, il compagno di sempre: lo Champagne. A volte opprimono certi vini  quando vengono incensati oltre misura, quando assurgono essi stessi a simbolo di distinzione, quando diventano la bandiera enoica  issata per darsi un tono blasonato da gourmet competente e navigato. Vini che vengono ricercati per essere sfoggiati in società, vini che si fanno “immagine”. Ma non così per noi, “Degustatori Indipendenti” inveterati e sempiterni “Bevitori d’Alta quota”: Antonio Lioce e Rosario Tiso. Al punto che osiamo ,senza timori reverenziali, la combinazione più ardita di sempre tra Natura e “creatura” . Tra le falesie eterne, bollicine fra le più desiderate: Grand Siècle di Laurent Perrier, “Vieilles Vignes Francaises” 2004 di Bollinger, Krug “Clos du Mesnil”  1998.  Nella grotta più ampia e accogliente della baia, lo champagne  si sposa alla nostra voglia  di essere protagonisti di un momento indimenticabile. Più che scrivere, rivivo lo stupore dell’incontro con la bellezza ed il mito . Il Grand Siècle di Laurent Perrier, maison fondata nel 1812 in quel di Tours sur Marne nella Vallée della Marne, è un blend di Pinot Nero al 45 % e Chardonnay al 55 %. Selezione nata dall’estro di Bernard de Nonancourt agli inizi degli anni ’50 con l’intento di riscrivere il concetto di “cuvée prestige”, assembla le annate 1997, 1999 e 2002. Dopo 8 anni sui lieviti, la freschezza agrumata ed opulente note terziarie ne fanno un perfetto incipit gustativo. A voler essere sommari, la fragranza dei lieviti conduce il bouquet . Poi, al seguito , fiori bianchi e sentori fruttati si accalcano lievi . Infine, il potente incedere delle spezie. Quel che colpisce è il registro in cui tutto questo accade. E’ un piano  di eccellente finezza che rende quasi lezioso e secondario  il gioco dei riconoscimenti olfattivi. Tale è l’appagamento, che è quasi molesta l’incombenza di discernere gli effluvi odorosi. Ma è solo l’inizio: il gusto è pieno, caldo, innervato di succulenta sapidità minerale con una lunga persistenza.                      Poi , va in scena l’atteso spettacolo delle celebrità . Non c’è champagne come il “Vieilles Vignes Françaises”  di Bollinger, celeberrima maison fondata ad Ay, nella Vallèe della Marne, nel 1829 . Pensato nel 1969 sotto la gestione di Lily Bollinger e su suggerimento del giornalista inglese Cyril Ray, il “Vieilles Vignes” proviene  da viti di Pinot nero che , pur non essendo particolarmente vetuste (ripiantate circa 35 anni fa ) , sono state clonate con il metodo della “propagazione”  da piante pre-fillossera, e questo è stato fatto rispettando il sistema di allevamento ottocentesco  detto “en foule” ( un metodo che prevedeva fittissime densità di impianto, anche di 50.000 ceppi/ettaro). Originariamente erano tre le parcelle da cui si ricavava il Vieilles Vignes: “Chaudes Terres”  e “Clos St. Jacques”, “clos” contigui alla sede aziendale ad  Ay, e la vigna “Croix Rouge” di Bouzy. Quest’ultima è stata recentemente aggredita e distrutta dalla fillossera con la conseguente scomparsa di  un altro pezzo di storia enoica. Avremo meno bottiglie in futuro e presumibilmente cuvèe meno intriganti. Nella nostra versione del 2004 l’approccio olfattivo è possente, assolutamente travolgente. Il Pinot nero giganteggia in tutte le sue peculiarità: monumentale e raffinato nei profumi, materico e potente nel fruttato e nelle spezie, elegantissimo  e  con un lunghissimo finale. Leggendario!                                                                                                        Si finisce con  Krug,  maison che Reims vide nascere nel 1843.                                                                                                                                   Il “Clos du Mesnil” è uno champagne raro ed esclusivo ricavato da sole uve chardonnay e  da uno dei pochi, autentici “clos” della champagne, l’omonimo “Clos du Mesnil”, nel comune  di Mesnil sur Oger nella Côte des Blancs. Quando venne acquistato , era un vigneto pressoché cadente. Henri Krug lo ripiantò tutto in otto anni , dal 1971 al 1979, con barbatelle di chardonnay. Il 1979 è dunque l’anno zero per il “Clos du Mesnil”. Nel chiuso delle mura del  clos, la maison Krug ha sempre cercato la perfezione. E questa bottiglia sembra esserne testimone.  Il liquido che sciaborda nel bevante si presenta con uno spettacolare colore giallo oro e con un perlage incalzante, fine e persistente. Il profumo è suadente, biscottato e mieloso, dalle sfumature odorose di spezie, di  marmellate, di brioche, dove il lavoro dei lieviti è un’ombra olfattiva irriducibile e l’ossidazione una superba e lucente laccatura. In bocca si conferma decisamente di grande struttura e persistenza innumerabile, bilanciate dall’eleganza e dalla freschezza tipiche dello chardonnay.         
Siamo sopraffatti dal piacere. Mai gioia di vivere così pura è stata distillata da un momento conviviale. Complici  il “genius loci”, lo spirito dello Champagne e la nostra anima forgiata nel fuoco della passione, non abbiamo bisogno di andare lontano o altrove per conoscere tutto quel che c’è da conoscere e troviamo , senza affanni, tutto quel che ci occorre. Qui e adesso; dentro e fuori di noi.                                                  E vorremmo diventare come Vignanotica: capaci di interagire, capaci di stare da soli.

Rosario Tiso


venerdì 17 giugno 2016

VIGNANOTICA 2015 - Cap. 5° : Vignanotica, la nostra “Finisterre”

C’è qualcosa di assoluto che si agita in me  e che rende la percezione di tutto quanto di relativo e transeunte è intessuta la vita una fatica e talvolta un peso insopportabili. La vista si fa debole, le ossa dolenti, i muscoli stanchi. Tutto sembra suggerire la sopravveniente impossibilità e l’inutilità del viaggio, quell’attraversare l’esistenza  con lo sguardo non più o solo a tratti curioso e innocente del bambino, per poi tornare alla casa della propria poetica, sempre quella, impolverata e ferma. Il destino, eterno divenire, contrasta col cuore dove stenta il cambiamento; se il tempo passa io ormai più non mi evolvo, fisso all’ultima istantanea vitale donatami dalla benigna prodigalità di un Dio forse troppo avaro di gioie per essere veramente giusto o per farsi veramente amare. Salvo poi assistere al dissolversi di tutta l’amarezza  in un momento di inattesa felicità, prontamente registrato dall’anima inaridita come acqua vivificatrice e narrato nell’ennesima diversa declinazione dal nostro essere sempiternamente burattinai di  parole. Il viandante cerca l’amore o se ne sottrae, il pellegrino ripercorre sentieri già battuti, l’errante non sa cosa cercare. Cosa siamo oggi noi  a “Vignanotica”? Gaudenti  in cerca di oblio.                                                                                                                            La “Baia dei Gabbiani” è rimasta  prodigiosamente antica e pura. Qui la natura è veramente e sostanzialmente incontaminata. In luoghi silenziosi e isolati, deserti di vita se non “vegetale”, e  in remoti recessi nascosti “animale”, il pensiero vira  subito verso  esistenze selvagge e raminghe, di umani in fuga dal mondo.  Ce l’abbiamo qui la nostra “Finisterre”!  E questo scenario , meravigliosa concrezione di meraviglie , è un posto quasi magico per i viventi adoratori di Ercole Bibace. Con l’amico Antonio Lioce, “Bevitori d’Alta quota” nonchè “Degustatori indipendenti”, scendiamo nella valle incantata in preda alla calura estiva. La pietra conserva il riverbero degli inverni freddi, lenti e silenti, e sembra rilasciarne gli umori in quella tenue frescura che ci avvolge a tratti. Il silenzio e la lentezza fanno parte della bellezza  della vita. Nel suo diadema più prezioso è incastonata  una gemma: la solidarietà umana, la condivisione. Simili pensieri sono come lampi che attraversano la mente mentre varchiamo l’ingresso della grotta ambita, la “nostra” grotta, sempre quella.                                                                                                 Chiederò ancora una volta al mare di ospitare i miei vagheggiamenti enoici. Vorrò ritagliarmi un ulteriore spazio a spese della terraferma. Ma ne vale la pena?  Perché l’ambiente marino, l’equorea vastità,  le falesie,  la battigia al cospetto della volta celeste? Perché nel silenzio rotto solo dallo sciabordìo delle onde, davanti all’immensità ,nella solitudine, si fanno pensieri diversi, di quelli che colmano l’infinito, si dicono cose mai dette, di quelle che restano scolpite nella memoria, e  lo scambio con i propri simili diventa più profondo. Non c'è novità più eccitante dello scoprire chi si conosce già per subliminale similarità. Ho sempre ritenuto coloro che amano il vino, nelle sue più nobili accezioni, persone un pò speciali. Ogni relazione ruotante intorno ad esso  lo conferma. Non è eccessivo parlare di affinità elettive, di una comunione d'animo e di sentimenti che fa dei cultori del bere consapevole una grande famiglia. Perchè l’interlocutore “enoico” sento di conoscerlo da tempo, da quando la coscienza adulta degli uomini e della vita mi ha guidato nel discernimento della realtà. Perché non c'è da coprire alcuna distanza fra gli amanti del vino. E il vino, e tutto quello che ne è illuminato, contribuisce alla bellezza del creato.                                                      Vignanotica o “ Baia dei Gabbiani” che dir si voglia, ci accoglie di nuovo in una solatìa giornata estiva. Le bottiglie, ovviamente champagne,  sono di eccezionale qualità : “Comtes de Champagne” 2004 di Taittinger, “Cuvèe Rare” 2002 di  Piper-Heidsieck,  “Clos des Goisses” 2002 di  Philipponnat. Quel che c’è di veramente speciale in un grande champagne, oltre alla bontà del nettare alla beva, è la Storia che sottende alla sua realizzazione. Con il “Comtes de Champagne”, Blanc de Blancs  Grand Cru , la famiglia Taittinger ha inteso onorare i Conti di Champagne dopo aver spostato nello splendido complesso dello Chateau de la Marquetterie, una volta residenza dei “Comtes de Champagne”, la  sede aziendale. Con la “Cuvèe Rare” la Maison  Piper-Heidsieck  ha cercato di realizzare una bottiglia straordinaria. I latini dicevano  “Nomen, omen” : nel nome c’è scritto il destino. Il “Rare Millesiméè uno Champagne veramente prezioso e raro. Realizzato solo in cinque annate   (1979-1988-1998-1999-2002), sfoggia una bottiglia nera, ornata da foglioline d’oro,  molto bella ed elegante. Una trattazione a parte meriterebbe il “Clos de Goisses” di  Philipponnat. Considerato  uno dei migliori vigneti della Champagne, il “Clos de Goisses”  è in una posizione di struggente bellezza. Uscendo dall’abitato di  Mareuil-sur-Ay  in direzione di Bisseuil, costeggiando la Marne  sulla collinetta  denominata Mont de Mareuil, giace la vigna racchiusa da una cinta muraria. 800 metri di lunghezza, 100 metri di profondità, 60 metri di dislivello, per 5,5 ettari  ( divisi in 11 “lieux-dits” ,singole giaciture, a loro volta frazionati in 20 parcelle) di puro incanto. Quando la dorsale vitata si specchia nel canale sottostante, nella delicata luce crepuscolare, l’insieme assume il sembiante di una bottiglia di champagne coricata, col collo rivolto ad est. Qui il miglior Pinot Nero della regione sposa lo Chardonnay per una irripetibile cuvée, fatta di uve sempre poderosamente zuccherine rispetto agli standard “champenoise”. Fin qui l’antefatto. Come sempre, la parola finale spetta ai sensi, di sorso in sorso ormai consustanziali ai nettari nel bevante. Si comincia col “Comtes de Champagne” 2004 di Taittinger. Questo “Blanc de Blanc Grand Cru”  si presenta in una veste luminosissima percorsa da un  perlage  molto fine e persistente. Al naso è di inusitata ampiezza, intenso, espressivo, con aromi floreali di biancospino, ananas e lime, gessoso e minerale. Al palato è agrumato,goloso e persistente. Si passa alla “Cuvèe Rare” 2002 di  Piper-Heidsieck. Si tratta di una miscela di 17 cru nel Montagne de Reims, il 70 per cento chardonnay, il 30 per cento pinot noir. L’oro filigranato che riveste la bottiglia balena  anche nella trama del liquido odoroso. Il profumo è complesso con note fruttate e tostate. In bocca è intenso e armonico. “Dulcis in fundo”, una vera celebrità: “Clos des Goisses” 2002 di  Philipponnat . Il colore è un inno alla solarità. L’olfatto di spiccata eleganza ha una congenita levità. Si susseguono note di cera d'api, brioche e caramello. La matrice fruttata emerge a tratti, ma l’acicità lo rende croccante, per quanto suadente e levigato. L’assaggio sembra una sinfonia: prima il frutto, poi la freschezza, apportatrice di profondità e dinamismo, infine il velluto dovuto al lavorìo dei lieviti. Una concia che sfiora la perfezione. Alla fine ci si ritrova assorti. Il luogo più che suggerire, impone la meditazione.                                                                                        Non ci resta che ringraziare la Vita, ancora una volta benigna.

Rosario Tiso


giovedì 16 giugno 2016

VIGNANOTICA 2014 - Capitolo 4° : Il salto di qualità

Cari vini, vi conosco tutti! Mi ci sento così appagato,con lo sguardo perso nel folto dei colori,i sensi assediati dai sapori ruzzolanti dalla volta palatale alla lingua e giù fino all’epiglottide. E poi il delizioso lavorìo della mente a ricamare attendibili sincretismi! Stili,tessiture,consistenze. Non sono numerosi  i vini veramente buoni,ma ce ne sono comunque tanti. Basta deporre le armi dell’indagine critica svogliata o parossistica  che ostacolano entrambe  la fruizione piena del piacere e concedersi un vagabondaggio sfrenato dettato innanzitutto dalla passione: sbocceranno scoperte e conquiste. Perché nell’attesa di chi sa suscitare paradisi organolettici  immancabilmente sorge l’alleato più fidato,il supremo salvatore,la panacea di tutti i mali:l’abitudine a bere “bene”  e a bere possibilmente “alto”,da veri “Bevitori d’Alta quota”. E come l’esercizio del ricordo ci riconsegna  ogni volta al nostro volto,alla nostra corporeità,alla nostra essenza,così l’abitudine scende come un velo,una manna,una nebbia  su sensazioni belle ma anche informi e persino moleste,le ammanta e progressivamente le rende abitabili. Poi,come pioggia dopo l’inesorabile accumulazione di cumulo-nembi,può finalmente scatenarsi l’emozione.  A volte è più facile di altre emozionarsi bevendo. Esiste infatti  una bevanda che è la più elegante,mondana,euforizzante e seduttiva del mondo: lo Champagne. Ci fu un tempo in cui veniva chiamato il “Diavolo biondo”,per il suo straordinario potere di stregare e rendere sensibile alle tentazioni chiunque lo accostasse. Perché non occorre vastità di studi enologici e raffinata sensibilità gustativa per apprezzarne  il colore dorato e brillante,la gaia risalita di fitte e briose catenelle di bollicine,la tumultuosa effervescenza  della spuma che punge le narici,la fresca carezza del primo sorso,la congenita golosità di beva. Se poi a questo si aggiunge,per ispirazione preziosa e consolidata,una magìa contestuale e ambientale che non sia riconducibile ad una sontuosa sala di un ristorante o alla compagnia di una “femme fatale “, si è sicuri di essere al cospetto dello scenario più stupefacente del mondo durante l’evento più atteso. Tutto ciò ha un nome: VIGNANOTICA ,millesimo 2014!!Sull’incanto e la bellezza naturalistica assoluta della altrimenti detta “Baia dei Gabbiani” ho già scritto e detto tutto in narrazioni precedenti che raccontano gli eventi “Vignanotica” degli anni passati. Anni di bellezza insuperata e insuperabile. Bellezza che un provvedimento della locale amministrazione vorrebbe non più accessibile(Divieto di balneazione,transito e sosta nei tratti della Baia contornati di falesie!!) per il pericolo di “caduta massi”. E’ da vent’anni che la roccia tende a sgretolarsi purtroppo!
Tre i moschettieri convenuti per incrociare calici e bottiglie:Antonio Lioce,lo storico ideatore dell’evento;Rosario Tiso,il narratore ed il cronista e,”special guest”, Nicola Roni. Evidente il salto di qualità degli astanti.Chi sia Nicola Roni lo dice il suo pedigree professionale : Miglior Enotecario Indipendente del MONDO nel 2005 (Caviste Indépendant – Francia),Ambasciatore Italiano dello Champagne 2007,Premio Europeo del CIVC(Comitato interprofessionale dei Vini della Champagne) ad Epernay nel 2007,"Chevalier Ordre des Coteaux Champagne",Importatore e distributore di Champagne selezionati e Vini internazionali,Sommelier professionista A.I.S.,Relatore A.I.S. Sette  volte “Chapeau”!! Evidente altresì l’alta qualità dei nettari alla beva. In ordine sparso, c’è AGRAPART & FILS con lo champagne Venus Grand Cru 2005”. I vigneti di Agrapart  sono distribuiti  su 62 parcelle, la maggior parte delle quali si trovano nei  villaggi grand cru di Avize, Cramant, Oiry e Oger. Pascal Agrapart  è disinteressato ad essere etichettato come produttore biologico o biodinamico ma ritiene importante lavorare la terra  in base ai suoi ritmi  naturali  e sia il lavoro in vigna che quello in cantina seguono sostanzialmente questa filosofia. Gli Agrapart odiano  i sapori di botti nuove. I vini sono in genere imbottigliati intorno alla luna piena di maggio, con nessuna chiarifica, nessuna filtrazione e nessuna stabilizzazione a freddo. Da una minuscola porzione del vigneto LA FOSSE di 0,3ha  si ricava uno dei millesimati di punta del produttore:VENUS. Questo nome è anche il nome del cavallo che dissoda il terreno. Infatti da Agrapart  in alcuni casi si pratica l’aratura con il cavallo per evitare la compattazione del terreno. Il VENUS GRAND CRU 2005 è un PAS DOSE’ realizzato con il 100% di uve chardonnay. Sboccatura 2011.  C’è poi EGLY-OURIET con il “Brut Grand Cru Millésime 2003”. Egly Ouriet è un grandissimo produttore di Champagne, lo dicono tutti. L’abbiamo  scoperto qualche anno  fa e ci ha abituati ormai a grandi esperienze degustative. Questa volta un’eccezione: non è  protagonista indiscusso, ma discretamente dovrà  accompagnare un “parterre de roi”   enologico in maniera intima e personale, come solo Egly-Ouriet sa fare.  Egly Ouriet è nel cuore della Montagne de Reims. Il Brut Grand Cru Millésime 2003 è per il 70% Pinot Noir e 30 % Chardonnay con vigne situate unicamente sul terreno di Ambonnay. Lieviti indigeni. Si chiarifica come si faceva 50 anni fa. Messo in bottiglia senza filtraggio o collatura, permane sui lieviti 72 mesi. Sboccato nel luglio 2010.  Terzo campione : FLEURY, con un rappresentante della splendida trilogia dei millesimati 1995 con differenti dosaggi. E’ lo Champagne “Extra Brut Millesime 1995”. Fleury è un produttore storico della Côte des Bar, zona più meridionale della Champagne(AUBE). Jean-Pierre e Sebastien Fleury sono i proprietari di questa azienda antesignana dell’approccio agronomico biodinamico essendo in tale regime dal 1992.Parte della produzione affina  in legno. Il vertice qualitativo del marchio Fleury è costituito dai millesimati. Per lo Champagne Extra Brut Millesime 1995 l’uvaggio è costituito da Pinot Nero all’80% e da Chardonnay al 20%  .Lo spumante ha riposato 96 mesi in affinamento sui lieviti prima del “degorgement”. Come il primo campione,ancora dal cuore della Cote des Blancs ad Avize dove ha sede la maison Bonville che possiede 18 ettari grand cru fra Avize,Cramant e Oger, proviene il quarto champagne. Recoltant manipulant,Olivier,nipote di Franck, è il vigneron a capo dell’azienda. Partendo da una viticoltura rispettosa dell’ambiente, Bonville produce esclusivamente Blanc de Blancs,come l’extra-brut in questione da cui ci si attende una  grande ricchezza aromatica e una piacevole freschezza. Infine una vera “star”:Dom Pérignon rosè vintage 1996. Storica  “etichetta”di Champagne, sia bianco che rosè,sempre e solo in versioni millesimate. Grande perizia da parte dello chef de cave Richard Geoffroy, che ogni anno sfida se stesso e la natura per produrre un vino che rappresenti lo stile della Maison che vede nell’armoniosa eleganza, nella complessità e nella vitale freschezza anche nella maturità i suoi capisaldi. Di certo aiuta l’accesso alle uve di tutti i 17 territori Grands Crus della Champagne (specie le 8 eccellenze per il pinot noir di Aÿ, Bouzy, Verzenay, Mailly, e per lo chardonnay Chouilly, Cramant, Avize e Le Mesnil), otre allo storico Premier Cru di Hautvillers, dove sorgeva l'Abbazia del celebre monaco. Fin qui i vini;poi i protagonisti. A dirla tutta fra i convenuti c’era chi non era granchè in forma. Antonio Lioce,dopo aver condiviso il giorno prima una di quelle uscite con gli amici dove non si calcola il resto(nel senso di un totale abbandono agli eventi e specificatamente alle gozzoviglie eno-gastronomiche),era in condizioni pietose. Sembrava moribondo, buttato lì sull’asciugamano. Poi il miracolo:lo Champagne lo ha fatto letteralmente resuscitare!! Maliziosamente azzarderei l’ipotesi che  l’idea che bevessimo le parti  di nettare celestiale a lui destinate  abbia costituito un movente molto più forte del malessere psico-fisico!! Ma passiamo alla beva. Nicola ha letteralmente pontificato. Dall’alto della sua competenza e sensibilità ha suggerito,rettificato,previsto,sentenziato. Ah,ad averlo sempre fra noi! L’extra brut di Franck Bonville è stato un perfetto”incipit” gustativo. Fresco,vibrante di tumultuosa effervescenza,verticale,persino goloso. Bocca sapientemente  ammostata per l’ingresso del”Venus” di Agrapart. Si coglie la medesima provenienza dal benedetto “terroir” di Avize e l’identità del vitigno con il precedente campione. Lo Chardonnay nella sua veste migliore:elegante,a tratti sontuoso,pulito,fresco ,sapido. Con Egly-Ouriet c’è una trama più fitta e ci si predispone ad un crescendo gustativo sul crinale di una sempre maggiore complessità. Con l’extra-brut 1995 di Fleury  si accede ad una dimensione terziaria lieve e suadente:campione più avvolgente,aperto più che puntuto,erbaceo e minerale. Alla fine l’apoteosi:Dom Perignon rosè vintage 1996. Ci sono degustazioni che sorprendono. Questa sfiora la narrazione epica. Certo l’annata 1996 è stata memorabile,una delle vendemmie del secolo. Ma simile,immensa  complessità non era per niente scontata. C’è tutto quello che si vuole da uno champagne importante:ampiezza di provocazioni  sensoriali,carattere,misurata ossidazione,tripudio gusto-olfattivo,il riverbero dell’assiduo lavoro dei lieviti. E’ il tocco di classe di Nicola che,apprese le bottiglie che recavamo,ha saputo scegliere il giusto abbrivio con Franck Bonville e la giusta chiusa con una grande e rara “cuvèe prestige”. Mi tocca tributargli un ulteriore,sentito “Chapeau”!!
Rosario Tiso











mercoledì 15 giugno 2016

VIGNANOTICA 2013 - Capitolo III : Mettersi a nudo

Nessuno aveva mai osato tanto. Ritrovarsi in un giorno di piena estate alle prime luci del mattino e prendere la direzione del mare,come ubbidienti ad un segreto richiamo. Guidare verso la “Montagna Sacra”  il corpo e la mente con un carico prezioso e giungere alla più incantevole delle spiagge mediterranee,incastonata nella Baia dei Gabbiani: il luogo universalmente conosciuto come  “Vignanotica”. Per i “Bevitori d’Alta quota” è giunto il momento di misurarsi con l’infinito. Recano con sé un “parterre de roi “ enoico da far impallidire  persino un “Simposio celeste”. Chi ha mai messo in fila bottiglie del seguente calibro,bollicine così seducenti e rare? In primis,Ferrari del Centenario,la bottiglia che finisce a punta anziché concava,frutto del millesimo 1995  ed uscita nel 2002 a festeggiare i cento anni della celebre azienda spumantistica trentina;poi l’Initial di Jacques Selosse,altro chardonnay in purezza. A seguire l’Apotre di David Leclapart,champagne blanc de blancs. Si vira quindi sui toni più maschi di un celeberrimo blanc de noirs grand cru:il “Les Crayeres” di Egly-Ouriet. Gran finale affidato ad una cuvèe prestige: “Femme”,della maison Duval-Leroy,chardonnay con un tocco di pinot noir. Siamo in tre al cospetto di cotanta preziosità:Antonio Lioce,Rosario Tiso,Antonio Marino.
Dagli abissi dei loro cieli  gli angeli,i cherubini,i serafini si preparano ad assistere attoniti al  possente dispiegarsi dei sogni degli umani, così maestosi  pur nella loro irrealtà , capaci  di sedurre ogni esistenza terrena e,ci piace pensarlo,forse anche ultraterrena. Gli Dei ignari di quel che accade quaggiù ancora tacciono. Solo la Natura produce le sue consuete melodie:lo sciabordare dell’acqua che sbatte sulle pietre,il vento che sibila fra le piante contorte,l’eco sommessa  della sovrastante valle,le alte grida,acute e penetranti,degli uccelli. E noi,in perfetta sintonia col cosmo. Occupiamo la nostra grotta .La prima a destra,la più grande. Sistemiamo le masserizie.
Per non disturbare l’incedere gustativo dei nettari allo stappo abbiamo deciso un accompagnamento gastronomico lieve:la levità del pesce,e questo cotto “alla brace”. Solo mazzancolle,seppioline allo spiedo (ben quattro Kg. complessivi…)e tranci di tonno arricchiranno il quadro sensoriale generale con l’unica eccezione per una immancabile preparazione territoriale:la bruschetta con i pomodorini e il tocco esotico della ‘nduja. Scaldatelli di Manfredonia serviranno da contrappunto cibario per i momenti di stanca e marginali appetiti . La giornata promette di durare fino al tramonto,occorre essere pronti. Basteranno gli champagnes? Senza altri indugi accendiamo il fuoco e diamo inizio all’evento:”Bevitori d’Alta quota a Vignanotica”,A.D. 2013.
Il Ferrari del Centenario è stato concepito solo per gli addetti ai lavori. Poche bottiglie regalate ad enotecari e ristoratori . Noi abbiamo avuto la sorte di berlo già in passato,svariati anni  fa,per la generosità di un amico. Adesso questo 1995 fatto esordire a sette anni dalla vendemmia e tenuto in bottiglia per oltre un decennio cos’altro avrà da raccontare? Avrà solo “retto” (orribile condizione di sufficienza) o si sarà arricchito di nuances  inedite e rarefatte? Stappiamo…e restiamo folgorati!! Sembra un grande Montrachet con le bollicine!!
Anselme Selosse è un eccezionale produttore di Champagne. Dalle sue creature solo emozioni. Nelle bottiglie “no”  piuttosto niente. Nessuna banalità quando ci si fa cassa di risonanza della Natura. Il suo Initial è un assemblaggio di tre annate(nella fattispecie la sboccatura risale  all’Ottobre 2011…)  e non è proprio pulito con un ingente  portato di spontaneità(lieviti,incipiente ossidazione) a disegnarne il profilo. Fiori,frutta,bella acidità e carattere ad appagare i sensi. Note legnose  a ricordarci chi è il pittore e di quale ulteriore  pennello ha voluto avvalersi per dipingere la sua opera d’arte…
L’Apotre è  la proiezione dell’anima di David Leclapart. Cielo e Terra trovano nell’Uomo il naturale  trait d’union. L’Apostolo di  David è uno champagne grasso e strutturato,con una buona acidità e una certa persistenza. La vinificazione in legno e la conduzione biodinamica del vigneto e della vinificazione sono i canali attraverso i quali la grande personalità del suo facitore  finisce per tesserne la trama. Una grande alternativa alla classicità e al conformismo. Sboccatura Dicembre 2007.
Egly-Ouriet è uno dei più  emozionanti produttori di Champagne. Emozione che si ritrova spalmata su tutte le etichette,diversamente modulata,di intensità variabile ma sempre presente. Con “Les Crayeres” risuonano le trombe dell’Apocalisse. Sboccato nell’Ottobre del 2010,ha il profilo organolettico di un riesling tedesco con la mousse. Con le mazzancolle alla brace è un tripudio dei sensi. Gli Dei dormienti hanno cominciato a destarsi. Cosa vogliono significare quei mugolii inesprimibili che provengono dalla battigia? E’ la lingua dei sensi che si smarriscono  in voluttuose spire e non sanno più uscire da labirintiche prigioni di piacere. Accorrono le deità al nostro improvvisato e pietroso desco,quasi come  commensali giunti tardi al banchetto,e non sanno se considerarsi invitate ,ed attonite ammirano i voli pindarici che la fragile umanità sa spiccare  nonostante o forse a causa della sua irriducibile caducità. Con tante presenze d’intorno ci sembra di far parte di qualcosa di più grande,galassia nelle galassie,dove anima e  carne si compenetrano fino all’estasi che eleva e precipita,dal fondo dell’anima fino alle alte vette dello spirito. Con “Femme”1995 di Duval-Leroy è l’apoteosi del gusto,l’orgasmo dopo l’attesa,la freccia scoccata dall’arco da troppo tempo teso,il compimento e la perfezione del cerchio. Conchiuso il quale siamo liberi,nella libertà di mettersi finalmente a nudo,corpo ed emotività.

Rosario Tiso


martedì 14 giugno 2016

VIGNANOTICA 2012 - Capitolo II° : il vino della luce

Pablo Picasso amava ripetere che il vero lusso consiste nel poter disporre di almeno una bottiglia di champagne al giorno. Già,difficile dargli torto. Ma dove gustarla al meglio? Dove rintracciare un adeguato scenario che ne rispetti il lignaggio?Innumerevoli sono le possibilità,quante le  molteplici declinazioni del piacere.  Con chi come me adora la contemplazione del mare,il suo smisurato potere evocativo,il senso d’infinità che trasmette,non posso che condividere un segreto, forse ormai di Pulcinella.                                                        Alte e bianche falesie che a strapiombo precipitano nell’abbraccio dell’equoreo elemento che le ha generate,spiaggia di ciottoli,penombra amica nelle numerose grotte scavate dalle acque sciabordanti e assidue,pini d’Aleppo,l’ulivo e il carrubo,profumi di macchia mediterranea,sconfinati silenzi:il sacro luogo è la Baia di Vignanotica. Un tempo inaccessibile se non dal mare e popolata da sterminate colonie di Gabbiani reali,oggi la splendida baia garganica conserva la primigenia magìa nei giorni infrasettimanali,prima che s’accenda il delirio estivo.     Vi giungiamo di martedì, quasi equidistanti dalla consueta invasione  festiva,e in uno dei suoi bellissimi anfratti sistemiamo il nostro campo.
Sì,non siamo comuni gitanti. Ma “Bevitori d’Alta quota” in azione,studiosi della “beva enoica consapevole” in missione:Antonio Lioce,Antonio Marino,Rosario Tiso. Al seguito rechiamo il seguente armamentario eno-gastronomico:gamberoni e seppioline per ricchi spiedini di pesce,pane di Monte S.Angelo,olio extra-vergine d’oliva e pomodorini per robuste bruschette,mere sfiziosità quali olive leccesi  piccanti e scaldatelli di Manfredonia,n’duia calabrese  e… soprattutto…una qualificata batteria di champagne. In ordine sparso:Egly-Ouriet Brut Tradition  Grand Cru,”La Closerie” di Jerome Prevost,”L’amateur” di David Leclapart ,lo champagne Brut Tradition Blanc de Blancs Millesimè 2007 di Fernand Thill e il classico Brut di Pierre Legras. Gli Champagne di Egly-Ouriet sono il prodotto di una fermentazione rispettosa della Natura,dove lavorano lieviti indigeni,e non subiscono alcuna filtrazione. Questo Grand Cru,da uve chardonnay e pinot noir,assembra quattro annate di uve pregiate da vecchie vigne 100% grand cru. Jerome Prevost è allievo di Anselme Selosse. Ne “La Closerie” Cuvèe Les Beguines,Blancs de Noirs,Extra-Brut,la filosofia è quella tipica del vigneron borgognone:Pinot Meunier invecchiato in legno per poche bottiglie tutte giocate sull’eleganza e la complessità. Con “L’amateur” di Leclapart,Cuvèe Blanc de blancs,Extra-Brut,Premier cru,si sconfina nell’universo biodinamico. La fede nel pensiero di Steiner,l’ossequio ai grandi ritmi naturali e ai tempi e alle pratiche dettate dal calendario di Maria Thun e una forte spiritualità sono la cifra dell’uomo e del vinificatore. “L’amateur” si fa ponte fra la terra e il cielo. Nel Brut Tradition di Fernand Thill si coglie una mano enologica lieve per favorire una bollicina fresca e delicata così come nel classico Brut di Pierre Legras.
La brace sfrigolante incalza,leviamo dunque i calici.
Siamo qui,in un Santuario della Natura,autentico compendio della mediterraneità.
Tutto trasuda poesia.
Un asciugamano lasciato sulle pietraie assurge a traccia di memoria,dai radi bagnanti un riverbero di calda umanità,un’occhiata delle passanti diventa una pennellata di colore sulle grigie tele delle nostre esistenze.
Il vento compone melodie mai sentite che rallentano i tumulti del cuore,mentre le ombre si distendono e sopraggiunge la sera e il sole si inabissa dietro gli spalti rocciosi e le sentinelle arboree che contornano l’orizzonte.
Il tempo ha corso troppo in fretta e comunque più della nostra voglia di gioire e di godere per i doni di questo giorno benedetto. Ma oggi siamo in pace col mondo. Abbiamo  celebrato una meraviglia dell’umano ingegno e della sua alacre operosità:lo Champagne
Vino esile e sfuggente come una gazzella
Vino assorto,come un vecchio saggio
Vino elegante e misterioso,come un cigno emergente dal buio di acque sciabordanti nella notte
Vino gregario,che aiuta a legare con gli altri uomini
Vino corale e polifonico,che dalla fumèa alcolica emerge e tratteggia le  forme  del piacere
Ogni  anima dovrebbe inoltrarsi,sospinta  dalla beva ,senza più approdi,nel dominio dei sogni e del vagheggiamento che solo dà un senso di completezza
Non bisogna aver paura di volare alto e di volere troppo:il passo indietro,la contigua condizione prudenziale,è il volare basso e il voler troppo poco.

Rosario Tiso


lunedì 13 giugno 2016

“Vignanotica” capitolo I° : Le origini

Alcuni anni orsono, un’idea balenò nella mente  del “Degustatore Indipendente” e “Bevitore d’Alta quota” Antonio Lioce. Si era fatta pressante l’esigenza di coniugare l’estasi sensoriale ingenerata dall’esperienza enoica e l’incanto suggerito da quei luoghi che sono magici nel loro essere punto d’incontro di più infiniti:l’elemento equoreo che si fa mare,il respiro dell’universo che si fa cielo, l’insondabile precipizio dell’anima nell’atto di esprimere l’eterno. Simile fraseggio interiore non è prerogativa di tutti: è riservato solo a spiriti capaci di ascoltare la voce delle onde che narrano arcane leggende,di intendere  le parole d’amore recate dal vento,di  nutrirsi di luce,di profumi,di ozio,di abbandono. Così bastò scegliere la baia più bella del mondo, la cosiddetta “Baia dei Gabbiani”, e i vini preferiti del momento,  e uno splendido sincretismo esperienziale prese corpo: nacque l’evento “Vignanotica” . La “prima”  fu la volta del Serpico 1999  dei Feudi di S.Gregorio e del  Poggio Golo 1998 della Fattoria del Cerro. L’anno imprecisato è stato coperto dalla patina discreta della dimenticanza,ma le emozioni sono presenti come tracce indelebili nei cuori dei  due compagni d’avventura che tentarono da subito e in solido l’impresa: Antonio Lioce e Rosario Tiso. Fu tale la bellezza del momento che si temette di non riuscire a riviverla. La seconda volta di Vignanotica quasi ci colse di sorpresa. Raccattammo dei vini quasi frettolosamente,il Terre Alte di Felluga, il Camelot di Firriato e l’Ognissole dei  Feudi di S.Gregorio, e  corremmo ancora una volta alla Baia delle  nostre più rarefatte passioni. Fu ancora un successo e finalmente capimmo : eravamo destinati all’assoluto, proprio noi, proprio lì. E pensammo, quasi naturalmente, al vino della luce:lo Champagne. Da quel momento in poi il viatico etilico avrebbe parlato solo il linguaggio delle più classiche delle bollicine.

Rosario Tiso


sabato 11 giugno 2016

Locanda Bosco San Cristoforo

C’è un posto nel bosco, tra Motta Montecorvino e San Marco La Catola in provincia di Foggia, che profuma di antico e di cose buone, riluce di bellezza e di integrità, trasuda umanità ed autenticità: la “Locanda Bosco San Cristoforo”, ex  “Greentime”. Il verde, “green”, è il suo colore. Il colore del manto arboreo che l’avvolge da più parti; il colore della speranza del suo “patron”, Giuseppe di Iorio, di conservare “puro” uno spicchio di mondo per potervi svolgere un’esistenza naturale insieme ai suoi amici. Perché alla “Locanda Bosco San Cristoforo” è difficile restare clienti. Sei rapito da un sottile fraseggio interiore al primo sguardo, di persone che ti guardano negli occhi. Ogni fortilizio formale cede di schianto:vuoi partecipare di quell’empatia! Dell’ultima volta alla Locanda, ricordo di un’uva pigiata coi piedi per dar vita ad un vino particolare, il “Fraccato”. Perché presso la Locanda ha sede un’azienda agricola biologica e il “Fraccato” è il frutto più pregiato del “vitarium” aziendale. Alcuni giorni dopo la festa della pigiatura ricordo che promossi  una degustazione dei vini della Locanda. Come antefatto  procedemmo  allo stappo,o per meglio dire alla sboccatura,di una falanghina spumantizzata realizzata col metodo classico in quel  luogo remoto e silvano. Lo “champagne” si chiama “Breccioloso”;il luogo della vigna è nei pressi  del Bosco di S.Cristoforo, sul limitare della provincia di Foggia che occhieggia al Molise. Lo trovammo  coralmente intrigante:bella sapidità,bella acidità,per nulla banale. Vale la pena perciò spendere ulteriori   parole. L’azienda produttrice, come già detto, si chiama “Agricola Biologica Belvedere” ed è una creatura di Giuseppe di Iorio, assicuratore prestato all’agricoltura dalla sua immensa passione per il vino, come la “Locanda Bosco San Cristoforo” che la ospita. Tre i vini prodotti: il ROSSO MALVONE ,aglianico in purezza ottenuto senza diraspare,il FRACCATO,rosato da uvaggio in vigna di uve bianche e rosse come vuole la tradizione e impreziosito da un’arcaica pigiatura con i piedi e infine il BRECCIOLOSO ,falanghina spumantizzata secondo i dettami del metodo classico ma senza sboccatura. Proprio l’esigenza di liberarsi delle fecce suggerisce una procedura artigianale di  “degorgement” : ad uno strato di cubetti di ghiaccio di qualche centimetro posto in un contenitore qualsiasi si aggiunge del sale grosso che funge da moltiplicatore dell’azione di raffreddamento del ghiaccio. La bottiglia si inserisce “di collo” nel ghiaccio e dopo mezz’ora di freezer ecco palesarsi un cilindretto di ghiaccio sotto il tappo a corona privo di “bidule”. L’apertura della bottiglia e la spinta dell’anidride carbonica liberano il cilindretto che imprigiona i lieviti morti e restituiscono un prodotto limpido e pronto alla beva. Da tempo non vado alla “Locanda”. Ma è il momento  di ritornarci per rinverdire la pervicace  voglia di sano e di salubre che alberga in ognuno di noi.

Rosario Tiso


venerdì 10 giugno 2016

“La Lanterna” di Mattinata

Nell’approssimarci  al ristorante “La Lanterna” di Mattinata poco o niente faceva  presagire una cucina così magistralmente interpretativa della quintessenza storica  ed emozionale del cibo territoriale. Ma l’amico e sodale di bevute  che era con me  mi aveva avvertito:chi non è avvezzo (ma anche chi lo è…)a preparazioni culinarie “daune”  dovrebbe mangiare tutto quello che con maestria lo staff  reca ai tavoli con ritmo rapido e incalzante.
Il locale si presenta carino,lindo e accogliente,di chiara impronta mediterranea,con il bianco e l’azzurro a colorare i pensieri. Troppo spesso ci imbattiamo,nelle nostre scorribande gastronomiche,in luoghi  ameni che faticano a centrare la sufficienza qualitativa,specie in località turistiche di una qualche rilevanza. E qui siamo nel cuore dell’enclave garganica. Troppo spesso si dipana sulle papille gustative dell’avventore di passaggio il “compitino” dei piatti della correttezza e della prevedibilità,rassicurante e banale. Qui,al contrario,tutto trasuda genuinità e rivela un atteggiamento di “resistenza” ad ogni omologazione. Dove è possibile,oggi ,ritrovarsi a gustare tante minute prelibatezze come quelle sciorinate dalla cucina de “La Lanterna”? Dalle zucchine fritte alla mozzarella secca ,dalle  “crudità” di mare a delicate preparazioni di pesce fritto o al forno è tutto un tripudio di sapori. Fino alla regina incontrastata della tavola ,la pizza,fatta di volta in volta con lievito “madre”. Saporosa,croccante,con i pomodorini che sanno di pomodorini,con aromi che richiamano alle radici della mediterraneità,con una tessitura leggera e fragrante che si riverbera lieve sul portato complessivo delle libagioni fino a farti credere di poterne mangiare “ad libitum”.
Ancor più sorprendente l’offerta dei vini e delle birre. Quasi un luogo di confine nella sua essenziale nudità,”La Lanterna” offre possibilità enoiche che si farebbe fatica a rintracciare anche in una grande città. Soprattutto per la qualità  nella  varietà. La scelta dei  vini è caduta  su di un binomio inedito e intrigante:Petit Chablis 2010 di Billaud-Simon e l’Alfiere  bianco senza dosaggio,metodo classico di Croci,anch’esso figlio del millesimo 2010.
Il primo sprigiona  didatticamente al naso “nuances” di pietra focaia ,espressione del terroir dell’isola chablisienne ,sospesa fra Borgogna e Champagne. Il colore vivo e brillante racconta la cura profusa dal suo facitore  in ogni fase della sua realizzazione. E’ una beva piena e appagante. Con l’Alfiere  di Croci le correnti gravitazionali del gusto ci issano  sul pianeta “Ortrugo”. Misconosciuto vitigno dell’oltrepò piacentino,in versione spumantizzata con rifermentazione in bottiglia è stupefacente. Solo mille esemplari di puro godimento. Un’acidità abbondante,insieme sapida e minerale,è la cifra degli champagne o metodo classico verticali e tesi molto apprezzati  in questi tempi. Ma c’è chi preferisce gli champagne classici,dai profumi biscottati e mielosi,dalle sfumature odorose di spezie,di  marmellate,di brioche,dove il lavoro dei lieviti è un’ombra olfattiva irriducibile. Ebbene,nell’Alfiere  ogni gusto trova di che deliziarsi. E l’autoctonìa dei lieviti lascia un’impronta che presto diverrà inconfondibile per gli appassionati. Futuro  radioso attende la creatura di Croci,stella fulgente nel firmamento enoico  di “Les Caves de Pyrene”.
Ah,”La Lanterna”!
Più che in un ristorante  ,sembra di entrare  in una fucina  del gusto dove c’è  voglia di sperimentare e provare  cose nuove in un clima che rasenta sovente la festosità.
C’è una certa “calda” atmosfera che si respira.
Lo sguardo deciso  e sincero del “patron”   fa da contraltare all’aereo servizio  di una fanciulla che non dà mai  l’impressione di essere in affanno ma sembra scivolare ,quasi a sfiorarti,frusciante e leggera  fra i tavoli.
Stremati  dall’ingente portato calorico avremmo avuto bisogno di un caffè. Ma sono arrivati  i dolci ad aggiungere una  ulteriore,esponenziale frazione  di piacere.
Chi si reca a Mattinata cercando una tavola gourmet è certo che qui la trova e senza quel sussiego tipico di chi crede di lambire l’eccellenza.
E questo è, ve l’assicuro, la ciliegina sulla torta.
Rosario Tiso




domenica 5 giugno 2016

Le Giare

Da Massimo Lanini del ristorante “Le Giare” di Bari stravolgere la consueta e “sedicente” corretta grammatica enologica è una regola, non l’eccezione. Ogni volta che ci si approssima al “personaggio” e al suo desco è un’avventura. Cibi dai sapori impeccabili fanno da sfondo dinamico a vini dalle suggestioni uniche, sovente misconosciuti e scovati da Massimo nel suo eterno girovagare ed incespicare enoico. I vini che Massimo propone al bicchiere  in pirotecniche e arbitrarie successioni non sono i migliori, non intendono neppure gareggiare, ma hanno tutti un comune denominatore: la vocazione di scatenare la convivialità. Non c’è nulla di caricaturale e costruito in quei nettari dalle trame inconsuete. Sono piuttosto vini da bere copiosamente, agili, sapidi, vivi. Di una vitalità che subliminalmente  te la ritrovi dentro. Invano, sorso dopo sorso, l’ignaro avventore insegue riferimenti analogici noti per nomare il profluvio di sensazioni inedite che avverte montare da arcane sorgenti interiori. Non resta che l’abbandono alla gioia, al divertimento, al piacere. Addio nominalizzazioni e tecnicismi!! Quando un vino rispecchia la Natura è come un uomo che non ha eguali  ma simili, compagni di cordata. Vedere schierate diverse bottiglie a semicerchio e pronte allo stappo, impazienti di stupire e di stregare, è rivoluzionario. Perché noi non siamo liberi. Condizionamenti, pregiudizi, miti  enoici di ogni sorta ci hanno nutrito fin dalla nascita alla beva. Ma abbiamo il potere di pensare intenzionalmente e possiamo, come ha fatto Massimo, creare con la mente il cambiamento ed implementare un sorta di “rinascimento” enoico che passi attraverso mani che toccano la terra, sensi che si dispiegano liberi nelle praterie del gusto e desideri come farfalle dell’immaginazione che si posano di nettare  in nettare a suggerne gli incantevoli umori. Al ristorante “Le Giare” è possibile tutto questo perché Massimo ha cercato e trovato il suo posto nel mondo. Ecco la breve descrizione di alcuni dei vini assaggiati l’ultima volta da Massimo : Cesanese del Piglio Superiore DOCG “Civitella “2012 di Mario Macciocca, saporito, goloso e nel contempo ampio, di timbro mediterraneo, racconta la sua terra con levità e sostanza, sempre ritto nella beva mai cadente nonostante il grado alcolico non certo trascurabile; Cristiano Guttarolo ed il suo rosato,“Violet”, un rosato tutt’altro che morbido,liscio,patinato come tanti pugliesi. Piuttosto scontroso all’inizio , conquista poi per il carattere e si sente il canto della vigna avita, quel Primitivo del nonno tanto amato; Ed infine il “Belle Vignole” 2013 della “Tenuta Macchiarola” di Domenico Mangione. Un Fiano così insolito non l’avevo mai bevuto. Da sperimentare.
Rosario Tiso







domenica 29 maggio 2016

Al Primo Piano

Vediamoci domani  per un caffè:questo l’arrivederci intercorso fra il gruppo di “Les Caves de Pyrene” e Nicola Russo, “chef”  e titolare del ristorante “Al Primo Piano”  in quel di Foggia. Si era stabilita l’ora mediana per incontrarsi, propizia per un aperitivo. Invece l’estro di Nicola Russo covava già altri scenari organolettici :perché mai,per un semplice saluto,telefonare di notte ad un produttore di mozzarelle e prenotare per l’indomani una “bufala” da tre Kg.? Senza neppure rendersene conto ci siamo ritrovati attorno allo stesso desco in sette,travolti da un insolito destino eno-gastronomico: Ezio Cerruti, Nicoletta Bocca, Christian Bucci, Fabrizio Iuli, Paolo Veglio, lo chef e il sottoscritto. Da lì è partita una delle esperienze gustative più appaganti degli ultimi tempi. Nicola ha esordito con trancetti di pizza al pomodoro e alla cipolla prodotti in uno degli ultimi forni a paglia della provincia di Foggia,una vera delizia. Poi l’irruzione al centro del tavolo di un “ treccione” di “bufala” della Masseria “Li Gatti” di Torremaggiore, quella della telefonata notturna. A sostenerne la succosa opulenza un Franciacorta Satèn 2008 di Arcari e Danesi. Quindi si è passati a un duplice “primo”,l’uno espressione del territorio ,l’altro un inno alla mediterraneità:”Troccoletti con verdure selvatiche campestri e granelli di nocciole d’Alba” ,nel contempo foggianità ed omaggio alla terra originaria degli ospiti,seguiti da “Paccheri ai pomodorini  gialli di Orsara, olive taggiasche,capperi di Salina e pecorino pugliese” scenograficamente collocati su di un ceppo ligneo di faggio della Foresta Umbra. Al “Dodo” 2011,sangiovese in purezza prodotto da Arnaldo Rossi della “Taverna pane e vino” di Cortona, il compito di innaffiare le sublimi libagioni. Il “secondo” ha visto la condivisione quasi unanime(Ezio ha degustato un formaggio erborinato di pecora abruzzese delizioso…) di una bistecca oversize di vacca podolica con 30 gg. di frollatura cotta a “tagliata”. Le strisce di carne erano accolte  da una base preventivamente disposta nei piatti:pennellate di aceto balsamico con olio extravergine di oliva,sale nero piramidale di Cipro e,quasi in un angolo,cucchiaiata di piccoli frutti rossi ove intingere la carne a tratti per un apporto di acidità. La beva è proseguita con un Gattinara 2004 di Nervi. Per il  gran finale Nicola si è affidato alla ricotta di pecora( prodotta per uso quasi domestico da un cliente del locale e all’uopo approntata) ridotta ad una crema e sormontata da un profluvio di fiori eduli:calendula,begonia,nasturzio,ginestra e violetta cornuta. A seguire piccole  ciangolerìe di Domori. Su di loro si è deciso di far splendere il “Sol” 2008. Stupenda performance  dunque per lo chef Nicola Russo,in grande spolvero per gli amici di “Les Caves” e  sempre più abile e geniale ai fornelli. Spesso lo chef dice della sua arte:non preparo cibi,regalo emozioni. Stavolta possiamo ben dire ,scrutando i visi radiosi degli astanti,che alle parole son seguiti i fatti . L’emozione era palpabile. Grazie Nicola per lo splendido regalo …di un caffè!! L’umanità carezzevole e premurosa profusa nell’accoglierci ti qualifica  umanamente e professionalmente  e come opportunamente ha puntualizzato Christian Bucci, è bello pensare che i vini di “Les Caves de Pyrene” siano ospitati in una simile alcova gastronomica. Decisamente un momento da  serbare gelosamente nel tesoro dei ricordi più belli.
Rosario Tiso







sabato 14 maggio 2016

Bacco & Perbacco

Nello splendido scenario di Piazza Duomo a Lucera campeggia, da  assoluto faro eno-gastronomico e diretta emanazione dell’anima dei  suoi  facitori, Pier Paolo Petrilli , il suo socio e  valente collaboratore Luigi Bimbo e il grande chef Domenico Grasso, la vineria-ristorante “Bacco & Perbacco”. Pescare dalla sua “sapiente” carta dei vini e degustarne  le succulenti  e creative proposte gastronomiche è la sorte del viandante eno-gastronauta che varca la soglia di questo locale, sincreticamente  esprimente il piglio del wine-bar e l’aplomb del ristorante di “charme”. Tutto merito di Pier Paolo e di Luigi,delle loro scelte. Capaci  di snocciolare agli “intimi”  i loro saperi con un eloquio chiaro e stringente, sono sempre più  ottimi comunicatori  del vino ,vincendo  un’iniziale, palpabile  timidezza.  Ogni singola etichetta presente nel locale parla del  loro gusto e del loro immaginario vinicolo ed  il bere qui diventa un costante fraseggio con il “genius loci” del luogo di provenienza del nettare nel bevante. La mia prima volta da “Bacco e Perbacco” nella “location” di Piazza Duomo, se la memoria non mi inganna,  narra  di un Primitivo inedito, l’Antello delle Murge 2007 di Cristiano Guttarolo, veramente sorprendente. Prodotto naturale,senza l’ausilio della chimica di sintesi, è un primitivo ancestrale che si avvale solo di tecniche di vinificazione tradizionali con il riverbero discreto di un  passaggio in legno. Chiarissimo l’incipit olfattivo richiamante le amarene sotto spirito. Sanguigno. Sui toni dell’eleganza e del furente portato tannico,tralaltro molto ben integrato,il Sagrantino  di Montefalco “Pagliaro” 2006 di Paolo Bea. Qui si sale in altri e alti cieli organolettici. Una lunga macerazione sulle bucce produce una tessitura fitta e dona uno spettro aromatico complesso. Nonostante ciò  il vino sciorina frutto e spezie in grande souplesse,esplode in bocca con una ridda di  sapori senza saturare i sensi e conserva freschezza e bevibilità. Nella versione passita il Sagrantino 2006 di Bea ammalia. Dolce senza essere stucchevole, persistentissimo, suadente, seducente, profuma di frutta ed esala spezie fini e delicate. Armonia e solo un velo impalpabile per il poderoso tannino. Sovente un distillato di Capovilla, tratto da una carta dei distillati  di primissimo ordine, chiude le tante storie da raccontare  su questo autentico antro di delizie che è  “Bacco & Perbacco”.  Riguardo all’aspetto gastronomico, c’è da rilevare  una crescita irrefrenabile del livello qualitativo delle preparazioni culinarie. Lo chef Domenico Grasso  propone sempre nuove sfide gastronomiche agli astanti e si mangia  sempre meglio. Ogni volta, un’autentica avventura del gusto.

Rosario Tiso



sabato 7 maggio 2016

Aspettando il “Clos du Mesnil” 1998

E’ stato un assoluto privilegio, nel mio incessante peregrinare enoico,  condividere col “Degustatore indipendente”, nonché “Bevitore d’Alta quota”,  Antonio Lioce la passione per il vino. Tante ed emozionantissime le bevute condivise, con alcuni indiscussi vertici qualitativi. Primo fra tutti quello che coincide con l’universo dello champagne  Krug. Ricordo con quanta assidua e pervicace determinazione l’abbiamo braccato da sempre. Innumerevoli le “Grande Cuvée” degustate. Poi l’impresa , anche economica, di abbordare l’ambitissimo novero dei millesimati. Dato l’elevato costo, sono sempre stati fuori dalla nostra portata; ma il forte, visionario e immaginifico desiderio profuso nel raggiungerli  ha piegato spesso gli eventi, finendo per concederci svariate ed incredibili occasioni di beva. La nostra prima volta in assoluto è riconducibile ad un calice estemporaneo del millesimo 1981, offertoci generosamente da amici facoltosi sul finire degli anni ’90. Ma la prima, vera, “nostra” bottiglia, risale al gennaio 2001 con il Krug 1988. Indescrivibile l’entusiasmo. All’epoca non avevo ancora il vezzo di scrivere di vino e di raccontare gli eventi. Posso solo ricordare la nostra inadeguatezza ad analizzare il  profluvio di sensazioni che travolse ed ammutolì  la nostra imberbe capacità di codificarle. Fu proprio una prima volta, nel vero senso del termine, tutta emozionale, disincantata e inspiegabile. Il vero battesimo del fuoco, nel senso di bevuta consapevole e profonda, era di là da venire. Ma non attendemmo poi molto: Krug 1989, 12 marzo 2004. Ad accompagnarlo il Cristal 1996 di Roederer ed un Giulio Ferrari  del 1992. Esagerammo con la quantità, ma cominciammo a capire la qualità. A noi piace talvolta lo stile aereo di certi “Dom Perignon” e l’eleganza suprema di taluni “Cristal” , ma quel che più ci entusiasma  è tutto questo con l’aggiunta della struttura grassa e avvolgente dei Krug , specie dei millesimati,  la loro innumerabile complessità, il riverbero acceso del lavorìo sotteso dei lieviti che li hanno forgiati con esiti finali che giungono fino ai prodromi della poesia. Se l’81 e l’88 presentarono dei lati severi pur nell’espressione del carattere della maison ( crema pasticciera, nocciola tostata, burro fresco, crosta di pane ), l’89 ci spalancò le porte del supremo piacere per la sua dolcezza, il tocco vellutato, il sapore levigato. Sperimentammo per la prima volta, previo il Krug, l’estasi enoica!! L’anno dopo, il 29 dicembre 2005, ci concedemmo l’assoluto privilegio della chiusa del mitico triduo 1988-89-90 con il Krug del 1990. E’ l’unico campione in seguito ribevuto, e risultò assolutamente sontuoso, complesso, godurioso. Anche allora nessun commento scritto ma una fortissima impressione. Pure il Krug 1996, bevuto nel gennaio del 2008, non è stato adeguatamente raccontato. Se volessi farlo adesso, rischierei di ripercorrere sentieri narrativi già battuti. Meglio astenersi dal chiedere conto alla memoria di quella remota esperienza sensoriale. In compenso il Krug 1990, bevuto il 29 luglio del 2009 per festeggiare Giorgio Gaetani ( 1/3 della “Setta dei bevitori estinti” ) nel giorno del suo compleanno, è stato debitamente descritto come pure l’ultimo della serie, il Krug 1998, bevuto il 12 maggio del 2012. Quel giorno ci chiedemmo: a quando il prossimo rimarchevole champagne targato “Krug” ? Nulla faceva presagire che avremmo acquistato, qualche anno dopo, una bottiglia di “Clos du Mesnil” 1998 . E’ destinata all’evento “Vignanotica 2016”. E’ già un’altra avventura, intrisa di un sogno che si appresta a diventare realtà.

Rosario Tiso



mercoledì 4 maggio 2016

Opus wine

Nel reticolo di strette viuzze e stradine inerpicanti che disegnano il centro storico di  San Giovanni  Rotondo ,vezzosamente raccontato nella toponomastica con lo storico idioma locale  affiancato all’italica nomenclatura, c’è uno slargo segreto,una minuscola corte che accoglie l’ingresso di un ristorante (chiamarlo osteria o wine-bar sarebbe riduttivo) “sui generis”,una landa anarchica in un tessuto culturale rurale e contadino,uno sprazzo “cittadino” balenante nel crepuscolo di un malcelato e strisciante provincialismo,ingenerato dalla storica chiusura dei popoli garganici: l’OPUS WINE.
Il nome non è pretenzioso. La citazione e riferimento al più grande vino della storia enologica degli “States”,creatura di Robert Mondavi ,l’Opus One, non azzardato. Basta varcare l’uscio per comprenderlo. Lo sguardo è attratto da un profluvio di eccellenti bottiglie che riposano negli scaffali di legno incastonati nella pietra,alcune vetuste e impolverate,gravide di promesse di piacere. Ci vuole sensibilità e soprattutto competenza per udire l’inudibile fruscio della qualità. La stessa che si evince da ogni dettaglio dell’arredo e del contesto.
Si respira un’atmosfera  familiarmente  rarefatta.
Già “ENOITECA dei Forni” ,il locale è la realizzazione del sogno di distinzione di Giuseppe Placentino.
Giuseppe,un personaggio e un’istituzione a S.Giovanni Rotondo,dalla prorompente personalità,ha sviluppato un “modus vivendi” tutto suo, incentrato fin nei  tratti  estetici sulla ricercata raffinatezza. Quindi  ha trasferito la sua poetica in tutto quello che ha creato. Suo figlio, Pietro Placentino, ne è l’erede e, come spesso accade quando ci sono doti umane non comuni, il moltiplicatore. Perchè l’OPUS WINE è molto di più dell’ENOITECA dei Forni che lo ha generato.
E’ un gruppo affiatato di uomini che lo animano con un calibratissimo mix di leggerezza e professionalità; è un progetto di divulgazione della cultura vinicola e gastronomica che si piega alle esigenze della gente  senza sussiego e percorsi  elitari; è un afflato spirituale che sfocia nella premura amichevole , nell’intento di farti godere  ogni qualvolta siedi  ad uno di quei tavoli lindi e caldi d’accoglienza.
Da Foggia è una sorta di pellegrinaggio pagano recarsi all’Opus Wine. Spesso siamo partiti alla ricerca  della felicità e dell’oblio,di quelle nebbie alcoliche così care al versante immaginifico delle nostre menti,di quel calore umano così prezioso ai nostri cuori.
Se non di solo pane vive l’uomo,l’anima esulta di fronte allo scorrere trionfante di una serie di preparazioni culinarie che rispecchiano fedelmente il territorio e l’eccellenza delle sue materie prime. Sembra di mangiare, più che a casa propria, nella casa delle case, dove convergono e si sintetizzano rivisitazioni,saperi,astuzie gastronomiche di una civiltà.
In una delle tante sere, ad aprire le danze un ricco antipasto, autentico  festival di sapori mediterranei.
In tondo nel piatto scopriamo succulenti asparagi,fagiolini umettati di aceto balsamico della casa(delicato e untuoso  lo ritroviamo asperso su di una fetta di mortadella d’oca scottata su di una piastra rovente),”ciambotto” di patate e melanzane,trancio di pizza rustica,mozzarellina di bufala,melanzana gratinata sormontata da un velo di mozzarella. Rustici salumi sopraggiungono a bilanciare la debordante nota vegetale. Simili sfiziosità per un bianco sapido, nervoso, fresco: un Riesling Kabinett Trocken 2008 “Manderling” del produttore Weegmuller. Il Pfalz-Palatinato è da un decennio in forte ascesa nelle quotazioni  enologiche mondiali. Questo Riesling dimostra ampiamente che il Pfalz non ha nulla da invidiare ad altre zone della Germania storicamente più vocate nella produzione di vini di qualità. Un Riesling di prim’ordine, una vera sorpresa!
Si passa, quasi già definitivamente appagati, alla “terna” dei “primi”. Tre piatti  di uguale, stimolante creatività. L’abbrivio è affidato a dei “Ravioli  di ricotta di bufala e spinaci”conditi con burro,pancetta tesa tagliata a dadini,parmigiano ed una sventagliata di tartufo proveniente dai boschi del Gargano.
Poi è la volta di un assaggio di “Paccheri con pesto di rucola” dal sapore forte e piacevolmente ammandorlato.
Ad innaffiarli uno Chablis Premier Cru Beauroy 2007 del Domaine Hamelin. Non si direbbe uno chardonnay. Il naso ha un tale portato minerale e focaio da lasciare allibiti. Si è incerti fra l’attribuirgli un profilo organolettico da riesling alsaziano o un nerbo da poully-fumè.  Ma è certamente un grande chardonnay,atipico,catalizzatore degli umori terrosi che percorrono il suolo della regione dello Chablis.
Al terzo “primo”,una versione rivisitata della classica”Pasta alla Norma” siciliana,è il momento del rosso. E che rosso: l’etneo Serra della Contessa 2004  di Benanti. Da uve Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, il cuore della più remota autoctonìa siciliana, è un vino intrigante, vulcanico, sapido, di superiore energia, succoso, dalla bocca trascinante, minerale, vibrante, dall’inconfondibile “imprimatur” territoriale. Una vera prelibatezza.
Uno “Stinco d’agnello” con contorno di patate  ci vede soccombere ai prodromi della saturazione. Si attende ansimanti il finale e le dolcezze del preannunciato “Tortino al cioccolato”.
Nell’attesa il dialogo volteggia come una farfalla sulle nostre pienezze e, sulle ali della nostalgia, si posa su racconti di viaggi e desideri di evasione. La recente morte dello scrittore portoghese Saramago, ultimo supremo cantore della “saudade” lusitana,induce al vagheggiamento della  bellezza  di Lisbona,della lucentezza dei suoi “azulejos”, dello splendore dei suoi miti,della grandezza di Pessoa. Come d’incanto Matteo Melchionda, l’anima gemella e socio di Pietro Placentino nella conduzione dell’Opus Wine,interpretando  la sottile emozione che ci pervade e come sospinto e guidato da un angelo della gioia,ci reca una bottiglia non richiesta di Porto Tawny di 10 anni del produttore Ramos Pinto  proveniente dalla “Quinta de Ervamoira”.E’ il segnale di una magica fusione fra l’immaginifico e il reale,fra mondi concreti e suggestioni spirituali.
E tutto si ricompone in armonia.

Rosario Tiso






domenica 21 febbraio 2016

Wine-bar "Cairoli"

Ci sono giornate da incorniciare.
Bellissime e inutili come oggetti d'arte.
Quando,su di un campo di impressioni autunnali,fioriscono note primaverili.
L'autunno è quello dell'età più che delle stagioni,che colora sempre più la mente,gli occhi,il cuore.
La giovinezza progressivamente si allontana e si dissolve,ed è appannaggio di chi, dell'esistenza, raccoglie or ora il testimone.
In giornate come questa la vita irretisce,seduce,pungola come ai bei tempi, ed invita al viaggio nelle pieghe dei dettagli di cose già obliate.
Scompare la fatica, si risveglia la curiosità, si trasforma il piombo in oro.
Fin dal mattino un “cd”  musicale tanto amato (l'ascolto di"Musicante" di Pino Daniele).   mi ha rimesso al mondo. E in virtù del potere evocativo della musica si è aperto uno squarcio nella memoria. Come d'incanto si è materializzato il fantasma dell'anno trascorso ad Anzio,dove ho fatto il militare e ascoltavo tutto il giorno le canzoni di Pino Daniele nell'Ufficio della Fureria. Ampi finestroni davano sul lungomare e ammiravo i tramonti più belli del Mediterraneo. Quel periodo mi ha scolpito l'anima.
L'assidua frequentazione della capitale (andavo a Roma quasi tutti i fine settimana) mi servì a scrostare ulteriormente la patina di provincialismo che mi portavo addosso e che l'esperienza abortita dell'università non aveva intaccato.
In una realtà cosmopolita e vibrante di fermenti vitali respiravo il mondo,le razze;occhieggiavo alle mille possibilità che contiene un'esistenza.
In mesi febbrili di emozioni e scoperte ho vagliato innumerevoli esperienze,conosciuto, sofferto, amato.
E soprattutto ho scoperto  quanto,ad uno sguardo ampio ed aperto,debba corrispondere, come l'altra faccia di una stessa medaglia, uno sguardo segreto,attento al particolare, per rintracciare il microcosmo più adatto ad accogliere e promuovere la propria evoluzione.
Ora a Foggia,nella mia città,c'è un luogo dell'anima dove i tanti rivoli di energia dispersa negli anni,nei posti e nelle situazioni più disparate,sembrano aver trovato una sintesi.
Il vino è un pretesto.
E anche la cultura che ne è naturale corollario.
Qui,fra questi tavoli,passa il mondo. Quello vero.
Basta saperlo attendere e riconoscere.
Occorre solo quello sguardo segreto,più attento e più acuto,che si sviluppa negli anni dopo sbornie di amori,viaggi,relazioni.
Ecco cosa narra il testo della canzone "Gli amici" di Francesco Guccini :
"..I miei amici veri
(purtroppo o per fortuna)
non sono vagabondi o abbaialuna;
per fortuna o purtroppo
ci tengono alla faccia:
quasi nessuno batte o fa il magnaccia.
Non son razza padrona,
non sono gente arcigna,
siamo volgari come la gramigna;
non so se è pregio o colpa
esser fatti così:
c'è gente che è di casa in serie B.
Contandoli uno a uno
non son certo parecchi,
son come i denti in bocca a certi vecchi;
ma proprio perchè pochi
son buoni fino in fondo
e sempre pronti a masticare il mondo.
.........................
Per quello che ci basta
non c'è da andar lontano
e abbiamo fisso in testa un nostro piano:
se e quando moriremo
(ma la cosa è insicura)
avremo un paradiso su misura,
in tutto somigliante
al solito locale,
ma il bere non si paga e non fa male.
E ci andremo di forza,
senza pagare il fio
di coniugare troppo spesso in Dio....."

Amo pensare che il mio "solito locale" sia il wine-bar Cairoli
dove sono diretto, anche stasera,
come di ritualità consueta.


Rosario  Tiso




domenica 7 febbraio 2016

La regola del 4

Quelli che hanno deciso di bere tutto quanto profumi di qualità senza farsi irretire da inutili steccati ideologici e che si sono conseguentemente auto-definiti “Bevitori Ecumenici”, non disdegnano sovente di tentare l’Alta Quota come da consuetudine consolidata ma con un intento discriminatorio nuovo: la regola del 4. Dopo aver navigato in tutti i vini, il Bevitore sviluppa una propria  poetica. La mia consta di quattro momenti fondanti. Da loro discende la regola del quattro: GIOIA,DIVERTIMENTO,PIACERE,OBLIO. La gioia è il colore di ogni mozione finalizzata al bere. E’ l’abbrivio naturale che predispone all’allegria e al divertimento. Quando si beve si ride! Poi  divampa l’emozione e con essa il piacere,il movente supremo dell’umano prodigarsi. E quando al culmine dello spasmo emotivo si teme la risacca ecco che ci soccorre l’oblio col suo manto consolatorio. Per questo è una follia pensare ad un vino senza alcol;chi ci recherà l’oblio,la panacea di tutti i mali,il tocco sanificatore? La scelta dei vini, ancor prima che essere tecnica, deve  considerare la regola del 4 , regola “aurea” quanto universale del bevitore che si è evoluto verso quella sorta di completezza che lo rende più di un  valente degustatore:essere consapevolmente uomini è più bello e vale di più. Per innescare la giusta sinergia i vini devono essere veri. E un vino è vero se lo è il suo produttore. Non si sfugge a questa semplice regola. Ci sono piani subliminali in cui tutto si fa chiaro:dalla passione di un vignaiolo sognatore scaturisce una realizzazione enologica che racconta una storia. Il “Bevitore Ecumenico”,che si è liberato dalle zavorre pseudo-intellettuali del sedicente esperto e che assapora il cuore della vita,è l’unico capace di ascoltarla. E di narrarla a sua volta,come in una sorta di novella tradizione orale ed emozionale. La soddisfazione si fa totale e la gioia di vivere continua, tracimante ad ogni gesto, ad ogni parola. I “Bevitori” ormai “Ecumenici”, hanno di che godere, costantemente in Alta quota e con la regola del 4 .
Rosario Tiso



martedì 2 febbraio 2016

I Bevitori d’una volta

Col  diventare un  “Bevitore  Ecumenico” credevo di aver tratto la mia barca enoica in rada. Lontani i settarismi, i randagismi, gli elitarismi nella beva e una felice e sincretica ricomposizione di tutte le istanze. Ma la vita è eterno movimento e non finisce mai di fornire ulteriori spunti di riflessione. Alcuni settori della critica enologica, attività in gran parte parassitaria e supponente, da un po’ di tempo propongono come universali propri e personalissimi  criteri di valutazione , mischiando le carte antiche e sempre nuove dell’arte della degustazione. Se un tempo la ricchezza in estratti, il grado alcolico, la possanza e l’intensità  erano percepite in generale come qualità, adesso qualcuno tende a prediligere la bevibilità, la digeribilità, una sorta di non meglio definita levità , ma soprattutto dichiara il primato dell’acidità fra gli elementi portanti e strutturali di un vino, in sostanza preferisce la verticalità.  I vini acidi sono preferiti a quelli suadenti e mentre i primi, nel nervosismo della trama, si ritengono espressione di vitalità, nei secondi, nella placida  armonia del tocco, si crede di intravvedere una sorta di stucchevole piattezza. Dopo aver per anni irretito i produttori ,spingendoli  verso uno stile produttivo volto all’ottenimento di parossistiche concentrazioni in vigna che ha portato progressivamente all’ottenimento di uve sempre più ricche e zuccherine, si vorrebbe dagli stessi una sorta di “dietro-front”  stilistico e si declamano i pregi di vini esili, vibranti, sapidi a scapito di quelli opulenti, caldi, morbidi che sono però  i  soli nettari che possono scaturire dalle suddette uve. Ma chi l’ha detto che l’alto grado alcolico non è cosa buona? Che la tendenza dolce è disdicevole? Che l’equilibrio è noioso? Così, come per incanto, si respingono veri gioielli dell’enologia mondiale osannati fino al giorno prima. Prendiamo il caso del “Kurni”, uno dei vini più controversi degli ultimi tempi. Chi non lo apprezza può nascondersi e salvarsi dal pubblico ludibrio solo dietro alla massima latina del “De gustibus non disputandum est”. Il “Kurni” è  un nettare sontuoso, dalla trama incredibilmente ricca e saporosa. Lo sanno anche quelli che non lo apprezzano. Però lo criticano. Il doppio passaggio in legno nuovo è il “cavallo di Troia”( insieme ad una sensazione diffusa e montante di dolcezza) utilizzato per parlarne male,  anche perché sul rigore produttivo in vigna e in cantina siamo di fronte ad una realtà esemplare e irripetibile e difficilmente reprensibile. Ma quando lo si beve, ed è qui il punto,  non è come ciucciare la gamba di una sedia come quando si degusta un campione della Napa Valley e come vorrebbe suggerire qualche detrattore! Il “Kurni” sciorina un equilibrio fantastico e i tannini ellagici sono perfettamente integrati; il frutto  è esplosivo, le spezie dolci, il grado alcolico importante. Poi c’è chi dice che è buono, ma non si riesce a finire la bottiglia. Forse “loro”, i dispensatori di un simile giudizio,  non riescono a finire la bottiglia! Non certo ha questo problema chi ama il vino, è aduso a berne e non ha bisogno della sferza acida e della freschezza per incentivare  la beva! E soprattutto vede nell’alcol una colonna portante della costruzione enoica e non un nemico. Sono tanti i bevitori un po’ fragilini, che svengono dopo qualche bicchiere! Dovrebbero cambiare mestiere, altro che critica  enologica!! Andrebbe loro suggerito il campo delle limonate e affini !!!
Che nostalgia  i nobili e sapienti “Bevitori d’una volta” , quelli che bevevano e apprezzavano quasi tutto , che raramente innalzavano steccati ideologici ed erano rispettosi del lavoro altrui, quelli  sempre pronti a meditare davanti ad un bicchiere e ad involarsi ed obliarsi su ali alcoliche e che non badavano poi tanto al cibo e non pensavano a chissà agli abbinamenti , sempre disposti all’ulteriore bicchiere chiarificatore. Quelli hanno fatto la Storia del vino, e non il  puttanaio “ intelletual-radical-chic “  odierno.

Rosario Tiso